Si celebra oggi la 25esima edizione della Giornata Nazionale del Sollievo promossa dal Ministero della Salute, dalla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome e dalla Fondazione Nazionale “Gigi Ghirotti”.
Istituita nel 2001 con direttiva del presidente del Consiglio dei Ministri, per “promuovere e testimoniare, attraverso idonea informazione e tramite iniziative di sensibilizzazione e solidarietà, la cultura del sollievo dalla sofferenza fisica e morale in favore di tutti coloro che stanno ultimando il loro percorso vitale, non potendo giovarsi di cure destinate alla guarigione”. Anche l’edizione di quest’anno dal titolo: “Io mi prendo cura”, vuole porre l’accento e riaccendere i riflettori su tre concetti cardine: cure palliative, terapia del dolore e umanizzazione.
Le parole di Papa Leone XIV nel Suo Messaggio in occasione della XXXIV Giornata Mondiale del Malato rafforzano queste misure di sollievo della sofferenza: “Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano”.
La sofferenza fisica che si patisce nella malattia, è accompagnata anche da una sofferenza morale che spesso nel tempo e col progredire della malattia porta ad una inevitabile depressione, in molti casi accompagnata da solitudine, chiusura nelle proprie paure e interrogativi sul se, sul come e sul quanto si protrarrà il proprio patimento.
Non a caso San Pio da Pietrelcina nel fondare a San Giovanni Rotondo quel grande Istituto ospedaliero, lo ha voluto chiamare “Casa del Sollievo” perché comprese che i malati avevano bisogno, oltre che alle cure più sofisticate, anche del “Sollievo” della propria condizione umana di sofferenti. Ecco allora che i medici oltre alla cura intesa come terapia, devono essere capaci, così come anche i caregiver, di “prendersi cura” che è cosa ben diversa del semplice curare. E in questo ci è venuta incontro la scienza per mezzo delle terapie palliative normate dalla legge 38/2010 ma che purtroppo, non essendo in egual modo applicata su tutto il territorio nazionale, rende cure diseguali in larghe fasce della popolazione.
Ciò comporta che la depressione, che quasi inevitabilmente si accompagna alla malattia, può assalire in un momento di sconforto il sofferente e portarlo, in alcuni casi, ad una richiesta di suicidio assistito. Pertanto il compito del medico deve essere quello, anche con la corretta applicazione delle terapie palliative, di “dare sollievo”. Ma il dare sollievo non deve essere limitato solamente al benessere fisico, ma anche al conforto morale e questo non può che essere fatto attraverso l’ascolto e dando speranza.
Ma a noi questo riesce molto difficile perché apparteniamo alla civiltà del fare, del correre, in un mondo che premia più chi produce piuttosto di chi si ferma ad ascoltare. Ma il malato non ha solo il bisogno di essere ascoltato, vorrebbe anche porre delle domande sul senso della vita e della morte, sul perché della sua sofferenza, della sua agonia che si protrae troppo e della quale non ne capisce il senso.
Allora occorre stabilire un contatto autentico col sofferente, facendo emergere le parole più idonee della nostra vera, sincera “com-passione” (cum passio) soffrendo insieme a lui; ecco che in tal modo il malato spesso esce dalla sua solitudine, dal suo silenzio, parla delle sue paure, paura di non saper gestire la propria fine, del degrado della propria immagine; ha paura del distacco dalle persone che ama e dalle sue cose cui è fortemente attaccato.
Si rende pertanto stringente oggi porre il malato al centro attraverso la “riumanizzazione” delle cure, termine che può sembrare improprio ma che, a ben vedere, assume il valore fondante dell’antico rapporto medico-paziente, dove l’umanizzazione era in grado di sopperire anche con l’ascolto ai bisogni del paziente.
Viviamo in un periodo infatti dove l’ipertecnologia che avanza costantemente porterà, come del resto già sta accadendo nel nostro tempo, ad un ulteriore distacco tra le figure protagoniste della malattia: malato e medico; basti pensare alla telemedicina, alla robotica, all’intelligenza artificiale.
Occorre pertanto che a fronte di questa dicotomia, al contrario, dobbiamo essere capaci di sfruttare al meglio quello che oggi ci offre la scienza nel campo diagnostico-terapeutico. Ecco perché, in quest’ottica, le terapie palliative rappresentano al momento, attraverso il “sollievo” della sofferenza, un formidabile presidio terapeutico in grado di consentire al malato di avviarsi verso il crepuscolo della vita con dignità, riducendo al minimo nel contempo, le richieste di suicidio assistito.
Presidente nazionale Amci (Associazione Medici Cattolici Italiani)














