lunedì, Febbraio 16, 2026
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Stefano Ojetti (AMCI): “Difendiamo la vita e il valore umano della professione”

Il Presidente dell’AMCI traccia la rotta tra tutela della vita, nuove sfide per le donne medico e il recupero del rapporto con il paziente, minacciato da un sistema sempre più burocratizzato

 

Non è solo una questione di camici bianchi, ma di radici profonde che affondano nel cuore del secolo scorso e si proiettano nelle corsie del terzo millennio. L’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI), nata nel 1944 per una lungimirante intuizione di Pio XII nel pieno dei traumi bellici, si conferma oggi un osservatorio privilegiato sulle trasformazioni della sanità italiana. In un contesto in cui la professione medica vive una storica “femminilizzazione” e la burocrazia rischia di inaridire il rapporto con il paziente, il Professor Stefano Ojetti, Presidente Nazionale dell’Associazione, traccia a Interris.it la rotta per i medici di oggi e di domani. Al centro della riflessione, non solo la difesa della vita “dal concepimento al suo termine naturale”, ma anche la nascita di una nuova sezione dedicata alle donne medico, chiamate a equilibrare il peso della vocazione con le sfide della maternità e della gestione familiare. Dall’ascolto clinico alla “cura del crepuscolo”, Ojetti rivendica il valore della medicina come consolazione, denunciando i limiti di un sistema che troppo spesso antepone i moduli al fattore umano.

L’Intervista

Professor Ojetti, l’Associazione Medici Cattolici Italiani ha una storia lunga e prestigiosa. Qual è l’intuizione che portò alla sua nascita?

“L’AMCI nasce nel 1944, in pieno conflitto mondiale. Fu una straordinaria intuizione di Pio XII: il Papa comprese che la Chiesa, da sola, non sarebbe più stata in grado di affrontare le crescenti sfide della bioetica. Serviva una presenza laica, professionale e radicata nella fede. Da allora, la nostra missione è rimasta immutata: difendere la vita, sempre e comunque, dal momento del concepimento fino alla sua fine naturale”.

Un tempo le donne in medicina erano una rarità, oggi rappresentano la maggioranza della forza lavoro. Quali sono le criticità che devono affrontare?

“Quando ero studente io, una donna medico era l’eccezione; oggi è la regola. Questo ribaltamento, però, porta con sé problematiche che l’uomo non avverte con la stessa intensità, legate alla famiglia e alla maternità. Oggi essere donna medico incide sulla denatalità per motivi puramente pratici: tra sei anni di laurea e la specializzazione, il tempo si restringe. La gestione familiare diventa complessa se consideriamo che ormai nei reparti il rapporto è di otto donne ogni due uomini. Per la donna, la famiglia e la maternità sono pilastri fondamentali che spesso entrano in conflitto con i ritmi del lavoro”.

Dottoresse in una corsia d’ospedale (foto: Clemente Marmorino/Imagoeconomica)

 

In un’epoca dominata dalla velocità, come si può trasmettere alle giovani specializzande che la medicina è, prima di tutto, una vocazione?

“È fondamentale educarle a innamorarsi della professione. Non è solo competenza tecnica, ma passione. Dobbiamo far capire che il nostro non è un semplice mestiere, ma una chiamata che richiede di mettere in campo strumenti che vanno oltre il bisturi o lo stetoscopio: serve il cuore”.

Lei ha parlato spesso dell’importanza del rapporto medico-paziente. In che modo l’ascolto diventa parte integrante del percorso di cura?

“Il rapporto deve essere viscerale. Come associazione, ribadiamo che la nostra professione non deve mirare solo a “curare”, ma a “prendersi cura”. Dobbiamo consolare, specialmente quando si giunge al crepuscolo della vita. L’ascolto è fondamentale, anche se oggi è reso difficilissimo da una struttura ospedaliera che ci schiaccia sotto il peso della burocrazia. Compilare fogli ha sottratto tempo prezioso al malato; questa burocrazia penalizza noi e, di riflesso, il paziente”.

In sintesi, quali sono i pilastri su cui si fonda l’impegno dei medici cattolici oggi?

“Direi che il nostro contributo si poggia su tre cardini irrinunciabili: l’ascolto, la consolazione e la cura. Sono queste le direttrici su cui vogliamo continuare a camminare per rispettare la dignità della persona in ogni fase della sua esistenza”.